Storia della Befana

STORIA DELLA BEFANA

– 6 Gennaio –

Befana

Il giorno della Befana cade con l’Epifania, ma non ha niente a che vedere con il significato religioso della Chiesa in quanto ella rappresenta la personificazione di Madre Natura, che giunta alla fine dell’anno invecchiata e avvizzita, offre regali che simboleggiano i semi da cui lei rinascerà bambina.

La notte dell’Epifania (dal latino “Manifestazione della divinità”) è da sempre ritenuta magica: si dice che gli animali parlino nelle stalle e nei boschi circostanti.
Ogni regione ha le sue leggende e usanze di varia origine ma la figura popolare certamente più famosa e anche misteriosa è quella della Befana, la vecchietta che a cavallo di una scopa porta i regali la notte tra il 5 e il 6 gennaio.
Si dice scenda per i camini e porti doni e dolciumi ai bambini buoni e carbone invece a quelli che sono stati cattivi, ma se qualcuno tenta di osservarla mentre deposita i regali, incapperà di certo in seri guai!

Ma dove nasce il mito della dolce vecchietta che porta doni ai più piccoli?

Origine del mito

L’origine della Befana è probabilmente pagana, legata a riti propiziatori risalenti al X-VI secolo a.C. dove – come al solito – ritroviamo la connessione con i cicli stagionali dell’agricoltura, attraverso l’antico culto del Mitraismo o altri simili.
Successivamente i Romani, ereditando tali riti e fondendoli con il calendario romano, celebrano il periodo temporale tra la fine dell’anno solare (il Solstizio invernale) e la dodicesima notte dopo il Solstizio con la rappresentazione della morte e rinascita della Natura.

I Romani credevano che in queste dodici notti (il cui numero rappresentava i dodici mesi del calendario romano) delle figure femminili volassero sui campi coltivati per propiziare la fertilità dei futuri raccolti, da cui il mito della figura che vola.
Secondo alcuni, tale figura femminile fu dapprima identificata in Diana, la dea lunare non solo legata alla cacciagione, ma anche alla vegetazione, mentre secondo altri fu associata ad una divinità minore chiamata Sàtia oppure Abùndia.

La Befana richiamerebbe anche alcune figure importate della mitologia germanica, come ad esempio Holda e Berchta, sempre come una personificazione al femminile della Natura invernale.
Successivamente, con l’avvento del cristianesimo, conciarono ad essere condannati tutti riti e le credenze pagane, definendole un frutto di influenze sataniche.

Queste sovrapposizioni diedero origine a molte personificazioni che sfociarono, a partire dal Basso Medioevo, nell’attuale figura il cui aspetto, benché benevolo, fu chiaramente associato ad una strega.
Non a caso, fu rappresentata su una scopa volante, antico simbolo che, da rappresentazione della purificazione delle case (e delle anime) in previsione della rinascita della stagione, fu successivamente ritenuto strumento di stregoneria.

Simbologie ed usanze in Italia

La Befana ha nomi diversi a seconda delle regioni: a Modena la si chiama la Barbasa, la Vecchia a Pavia, la Redodesa o Marantega a Venezia, la Berola a Treviso e così via. In queste regioni italiane esiste ancora oggi l’usanza di accendere un falò la notte dell’Epifania, per scacciare il male e propiziare la fecondità della terra e degli animali. Il fuoco e il rumore oltre a scacciare le presenze maligne, al tempo stesso evocano la luce solare di cui si inizia a percepire il ritorno dopo il Solstizio d’inverno.

In Veneto è ancora viva l’usanza di bruciare la “vecia” su roghi improvvisati un po’ ovunque. L’uso di accendere fuochi in questa notte, retaggio di antichi riti celtici, è comune anche in altre regioni della Francia e della Gran Bretagna.
In molti paesi del Veneto questi falò li chiamano “Panevin“, e si crede che se le fiamme sono alte e vivaci, l’annata sarà buona e ci sarà “pane e vino” per tutti. Se invece la legna stenta a bruciare e le fiamme sono deboli non rimane che sperare nell’infinita misericordi divina.

Nel Friuli dischi infuocati benauguranti e propiziatori si fanno rotolare sui fianchi delle colline e delle montagne (famoso è il “Lancio das Cidulas” che si svolge nella notte tra il 5 e il 6 gennaio a Comeglians, sulle montagne della Carnia). Un’altra usanza è accendere covoni di rovi, chiamati pignarûl, con in cima un pupazzo che rappresenta la Befana (famoso è il “Pignarûl Grant” della città di Tarcento).

In alcune zone della Toscana e dell’Emilia Romagna, la Befana è ancora portata in giro per le vie del centro a bordo di un carro prima di essere bruciata nella piazza principale.
A Gradoli, in provincia di Viterbo, nelle notti del 3-4-5 gennaio, gruppi di bambini (ma anche grandi) sfilano per le vie del paese facendo un fracasso assordante. Sono le “Tentavecchie” che, secondo una diffusa usanza popolare, cercano di svegliare la vecchia Befana e ricordarle di portare i doni ai bambini.

Nelle Marche, a Urbania, l’antica Casteldurante, da moltissimi anni si festeggia la “Festa Nazionale della Befana“. Ogni anno il Sindaco della città accoglie la Befana consegnandole le chiavi della città in nome degli abitanti dell’antica Casteldurante. La Befana arriva in cordata calandosi sulla città per poi entrare nella sua casa.

Dalla Befana alla Giubiana

Un’altra festa tradizionale simile e molto popolare in Piemonte e in Lombardia – specialmente in Brianza, nell’Altomilanese, nel varesotto e nel comasco – è la Giubiana o Festa della Giobia.
L’ultimo giovedì del mese di Gennaio si accendono dei grandi falò (o roghi) nelle piazze e bruciata la Giubiana, un grande fantoccio di paglia vestito di stracci.
Il rogo assume valori diversi a seconda della località in cui ci si trova, mantenendo sempre uno stretto legame con le tradizioni popolari del luogo.
Riguardo questa usanza TROVI L’ARTICOLO APPROFONDITO QUI.

Falero - Musa della notte (1880)

“Musa della notte”
di Luis Ricardo Falero
(1880)

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